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IL MODELLO DELLA DONNA VIRILE
In un clima di omertà e di esorcizzazione della diversità l’immagine funziona da catalizzatore dell’immaginario lesbico anche in epoca fascista.
I capelli scompaiono sotto il feltro, il bastone e la sigaretta sono tutti segnali di questo tipo di allusione non troppo velata a un desiderio omosessuale. La cravatta è indossata con l’abito di taglio maschile, con il completo da amazzone ma anche con la divisa da Giovane italiana. Attraverso i vestiti mostrare una sessualità diversa dalla norma è una provocazione al familismo e alle politiche fasciste in materia di procreazione e identità della donna. Al tempo stesso, però, sono proprio certe manifestazioni dell’ideologia mussoliniana a fornire alle donne un possibile riparo giustificativo ai desideri di virilizzazione e di sperimentazione del gender-bending. Sulle riviste di moda e femminili sono frequenti le foto di donne da sole o in gruppo impegnate in esercizi ginnici (e certo il gruppo aumenta il grado di promiscuità e provocazione). Nelle pubblicità e nelle immagini che accompagnano i redazionali le donne guidano l’automobile, sparano con i fucili puntati all’orizzonte, tirano di boxe, partecipano ai concorsi ippici e indossano modelli da amazzone con o senza redingote. Il mito dello sport e dell’agonismo, il fascino dell’attivismo e il culto della vita cameratesca e militarizzata, l’elaborazione continua di principi gerarchici e di inquadramento visivo in divise e simboli del potere, funzionano da grandi valvole di sfogo per il lesbismo di epoca fascista. La moda e la vita, o l’aspirazione alla vita, si influenzano a vicenda.

Federica Muzzarelli in “Una giornata moderna. Moda e stili nell’Italia fascista” a cura di Mario Lupano, Alessandra Vaccari, Damiani, 2009, pag. 153

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I corpi umani possono fare tanto male a chi li ama […] perché contengono tanti ricordi di gioie e di desideri già cancellati per loro, ma tanto crudeli per chi contempla e prolunga nell’ordine del tempo il corpo adorato di cui è geloso, geloso fino a sperarne la distruzione.

Marcel Proust cit. in Federica Muzzarelli, “L’immagine del desiderio”, pag. 13
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L’amore lesbico pare consentire alla donna di sdoppiarsi e di conoscere per sé quel corpo che da secoli è cosa appropriata da altri. De Beauvoir lo chiama “il miracolo dello specchio” e cioè quella reciprocità simmetrica che permette a una donna di riflettersi e scoprirsi accarezzando il corpo di un’altra donna. In questo modo essa è al contempo soggetto e oggetto della propria contemplazione. […] nell’amore lesbico […] l’attrazione diverrebbe identificazione, la differenza uguaglianza, realizzando quel rispecchiamento che la fotografia renderà concreto e mantenibile.

Federica Muzzarelli, “Il Corpo e l’azione. Donne e fotografia tra otto e novecento” pag. 13