Citazione

“[…] le donne non conoscono la paura. A volte sembra che siano spaventate e insicure, ma non è così. Scelgono le loro battaglie, e le portano avanti con tenacia, anche quando sanno di rischiare. […] Credo sia una questione biologica, una questione naturale. Noi uomini scegliamo un obiettivo, ma ci concentriamo sul mezzo che ci sembra più infallibile per raggiungerlo, non sul fine ultimo. Spesso quel mezzo è la forza. Pensiamo che qualcuno ci abbia fatto un torto? Ecco il nostro mezzo per ottenere giustizia,” dice, sollevando un pugno e mimando un cazzotto in aria. “Vogliamo che milioni di persone la smettano di ribellarsi perché abbiamo fallito nel governarle? Facile: bombardiamole. Per voi donne è diverso, invece. Voi non vi limitate al mezzo necessario per raggiungere un obiettivo, no. Voi studiate attentamente il fine. Lo visualizzate da ogni angolo. Voi scegliete una battaglia, non un semplice obiettivo. Programmate ogni dettaglio, valutate i pro e i contro, sperimentate, provate e riprovate. Siete attente, meticolose, pignole. E, per questo, spietate.
“Per anni ho pensato […] che il cervello delle donne fosse complicato. Impossibile da decifrare. Caotico. Chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere: questo ci hanno insegnato sulle donne. […] Alle donne piace chiacchierare, ma quando si tratta di decidere, è l’uomo che deve farsi avanti. Solo l’uomo ha la forza necessaria per fare questo, codesto e quello. Invece no, invece sbagliavamo. In quelle chiacchiere, in quella mente che appare caotica, c’è la chiave di tutto. La vostra mente è elaborata. Ordinata, precisa. Letale. La vostra mente è migliore della nostra. I vostri sensi, la vostra concentrazione: siete oggettivamente superiori […]. Le donne – tutte le donne – possiedono qualcosa che gli uomini non hanno mai avuto: la pazienza. La usano per raggiungere i loro obiettivi con eleganza, senza clamore. […]
“Quando avete scelto un obiettivo e il piano per raggiungerlo, nessuno può fermarvi, perché il vostro non è un progetto qualunque. E’ un progetto in cui avete investito tempo, energie, materia grigia. Siete certe della sua riuscita. Avete un obiettivo, avete un piano, avete una persona, un luogo, un ideale da proteggere, e andate avanti, costi quel che costi […] .”

Alessia Esse, Segreto (Trilogia di Lilac #2)

Citazione

“Mi sono innamorata di te al tuo ottavo compleanno, quando Francesca portò alle cascate quella grande torta e tu le chiedesti di fare una sola fetta per noi due. ‘Baguette ed io mangeremo insieme,’ dicesti. Eravamo sedute sul prato, con il piatto sistemato fra di noi, e tu aspettavi che fossi io a mangiare per prima. E ad ogni cucchiaiata mi dicevi: ‘Ti piace?’ oppure ‘E’ fatta con vero cioccolato, mia nonna l’ha fatto arrivare da Parigi’ oppure ‘L’anno prossimo possiamo farne fare una anche per te, ti va?’ oppure ‘Quanto ti piace da uno a dieci? A me dieci, a te?’ Mi sono innamorata quel giorno. Sono innamorata di te da dieci anni.”

Alessia Esse, “Segreto” (Trilogia di Lilac #2)

Citazione

” […] in un tempo lontano, le donne come te erano considerate meno di niente. Vivevano in una società patriarcale, in cui era l’uomo a scegliere, per se stesso e per gli altri. 
” Le regole decise e scritte dagli uomini hanno trasformato le donne in oggetti privi di valore. Nascere donna significava nascere madre e moglie. Non esisteva altro, non c’era alternativa. Alle ragazze come te veniva impedito di studiare, perché gli uomini avevano deciso che i libri erano inutili per loro. A cosa servivano, se tutto ciò di cui una donna doveva occuparsi erano il marito e i figli? Quali aspirazioni avrebbe mai potuto avere una donna, oltre quella di sfornare figli, stirare camicie e preparare da mangiare? Le ragazze che volevano imparare venivano considerate ribelli, non degne di marito. E perché? Perché volevano conoscere, sapere. Perché volevano elevarsi dalla condizione di oggetto in cui erano state trascinate.” 
“[…] con il sudore e con il sangue abbiamo conquistato tanti diritti. Il diritto di andare a scuola, il diritto di lavorare, il diritto di guidare, il diritto di camminare in pubblico senza dover essere accompagnate da un uomo. Il diritto di parlare liberamente, senza temere di essere ripresa, picchiata o uccisa. Il diritto di rappresentare altre donne e altri uomini a capo di piccole e grandi nazioni. Il diritto di fare ciò che reputavamo più opportuno col nostro corpo. Questo però non cancella i secoli in cui non c’è stata eguaglianza, parità. Rispetto. 
“Ogni volta che conquistavamo un diritto, gli uomini erano pronti a limitarlo, a cancellarlo, a deriderci, a ricordarci che, nonostante le conquiste, il nostro potere sarebbe sempre stato inferiore. Non eravamo altro che una piccola parte del tutto. Una parte da maltrattare, da rovinare, da dominare. 
“Gestivano le nostre vite […] senza curarsi dei nostri desideri, delle nostre aspirazioni, del nostro volere. Crea vano leggi con il solo scopo di farci tacere, con il solo scopo di farci vivere come esseri umani di ultima categoria. Ci consideravano inferiori perché non avevamo la loro forza fisica; deboli invece che sensibili; pazze, se avevamo i capelli rossi. […] 
“Ogni volta che rivendicavamo la parità, il rispetto, il diritto ad avere una dignità, loro inventavano qualcos’altro per domarci come bestie, per ricordarci che erano loro i più forti. Eravamo costrette a camminare due passi dietro i nostri padri e i nostri mariti, a vergognarci del nostro corpo, a tacere le nostre idee. E quando mostravano loro che non eravamo seconde a nessuno, ci umiliavano. Venivamo punite, picchiate, violentate, torturate, ammazzate. Solo perché eravamo donne. Solo perché volevamo vivere come loro. Solo perché volevamo la libertà di essere ciò che eravamo. […] 
“[…] è stato possibile per millenni, in ogni angolo del mondo. Dai paesi più evoluti a quelli più poveri. Le uniche differenze erano nel modo in cui le donne reagivano: troppe, troppe donne credevano che gli uomini fossero nel giusto. Per troppo tempo […] molte donne hanno creduto di essere inferiori. Ma non è così, e tu lo sai bene. Siamo noi che generiamo la vita. è dal nostro ventre che che nasce l’umanità. Ma siamo state considerate come mere suppellettili. Ci ripudiavano, quando non riuscivamo a procreare. Ci uccidevano, quando non riuscivamo a procreare un maschio. ci frustavano e ci lapidavano, quando violavamo una delle loro leggi misogine. Ci scacciavano quando decidevano che non eravamo più adatte al mestiere di moglie o quando, più semplicemente, si erano stancati di noi. Sanguinavamo per loro. Mentivamo per loro. Eravamo costrette a vendere i nostri corpi perché loro ce lo ordinavano. Ci calpestavano. ci annientavano. […] 
“Nello stesso modo in cui hanno distrutto e annientato le donne, gli uomini hanno distrutto e annientato il mondo intero. A guidarli non c’era altro se non il bisogno di predominare, di imporre il proprio piglio violento, la propria falsa supremazia. E per farlo, per predominare e imporre, non si facevano alcun tipo di scrupolo. Manipolavano le menti dei deboli, manipolavano i poveri, gli ignoranti. Creavano leggi per indebolire quelle persone che rappresentavano un pericolo per il loro successo, e non parlo solo delle donne. Rubavano, uccidevano, conquistavano. Scavalcavano ogni briciola di morale, giustificando i loro atti atroci con le più nobili delle intenzioni. In realtà, pensavano solo ed esclusivamente al loro interesse. I poveri rimanevano poveri. I malati morivano, in attesa di cure. La terra si spegneva, mentre loro giocavano a fare la guerra.

Alessia Esse, Perfetto (Trilogia di Lilac #1)

Citazione

Mio padre alza lo sguardo. Mi fissa. Mi fissa duramente.
Solo un’altra volta l’ho visto fissarmi così. Solo un’altra volta.
Quando gli dissi cosa avevo provato guardando uno di quei soldati, tanti, tantissimi anni fa. Quando gli dissi cosa avevo provato stringendo per gioco uno dei miei compagni di gioco.
Solo quella volta.
E ora, ora mi guarda con lo stesso sguardo.
Con lo sguardo terrorizzato e tetro del regime. Con lo sguardo di chi mi imputa una colpa. Di chi mi imputa una colpa. Di chi mi imputa, per questa colpa, di mettere in gioco la quiete di tutta la famiglia.
Si sono portati via già mia mamma, ricorda con gli occhi.
Si sono portati via già mia mamma, per un’inezia.
Per quello che sono, per quello che provo verso il mio stesso corpo, il mio stesso genere, potrebbero portare via tutti noi.
Per colpa del loro silenzio. Per colpa della loro omertà.
Mi guarda duramente. Mi fissa, senza dire una parola.
Rimane in silenzio, e già ho capito.
Hanno preso qualcuno. Qualcuno con la mia stessa colpa. E con lui, con lui tutta la sua famiglia.
Per punire il dissenso, per punire il silenzio dove silenzio non doveva esserci.
E papà non vuole per Laura la stessa fine. Fosse per lui, si immolerebbe per Laura. Ma non può pensare, non può tollerarla di vederla morire per la mia colpa.
Potessi cancellarla. Ma non me la sono scelta.
Rimaniamo in silenzio, aspettando la colazione.
Guardo tristemente mio padre, aspetto. Lui abbassa il capo. Vergogna. Paura.
Aspetto.
La pancetta frigge nella padella, il latte bolle. Come sempre. Perdonami per essere omosessuale, papà, come sempre.

Ivano Mingotti, “Sotto un sole nero”