Digressione

Dal diario di Jenny

C’è una ragazzina, che in quest’ultimo periodo non fa che darmi del filo da torcere, sembra quasi che provi piacere nel provocarmi. senza volerlo si è insinuata nei miei pensieri e nei miei sogni: sembrerà assurdo, ma più sento di odiarla e disprezzarla e più si fa spazio in me, ritagliandosi un angolino, giusto per darmi perpetuamente il tormento…preferirei che il mio subconscio non avesse mai partorito quelle immagini, perché esse ora sono come impresse a fuoco nella mia mente, così incredibilmente seducenti…non si tratta solamente di immagini: mi vedo accarezzarla e baciarla nella sua intimità, e sento i suoi gemiti forti, così realistici, tanto da rappresentare quasi una tentazione…come se volessi verificare che la sua voce abbia davvero quell’intonazione, quando lei è vinta dal piacere…è così strano provare un’emozione così forte nei confronti di qualcuno, non sai mai definirla: se odi questa persona tanto da lasciarti avvelenarti da questo sentimento negativo, perché sogni poi che essa muoia di piacere sotto le tue mani? è così sottile il confine tra repulsione e ed attrazione, tra passioni negative e positive? è normale sentirsi attratti da qualcosa che razionalmente si disprezza? è giusto nei confronti di noi stessi e della nostra dignità perderci in passioni distruttive e prive di significato?

su quale pianeta, in quale dimensione parallela una storia con questa ragazza sarebbe possibile? potremmo anche solo essere amiche?

*

è stata lei a provocarmi. lei a chiedermi di farlo. io non volevo. io non pensavo. che sarebbe stato bello, struggente, così passionale. non pensavo di potermi abbandonare così ad un bacio. solo un bacio. è stato solo un bacio…?

solo un bacio. l’ho beccata in un vicolo parallelo alla main street. ci siamo provocate, spintonate e picchiate come mai era accaduto, con una rabbia mai sperimentata prima. fino a quando, come se avessi precedentemente agito in uno stato di incoscienza, come se avessi guardato la scena dall’alto, distaccandomi dal mio corpo, sono tornata in me. ero seduta a cavalcioni sul suo addome, lei stesa a terra che mi guardava, con quei suoi occhi del colore del cielo che brillavano nella poca luce fioca irradiata da un vecchio lampione…

mi guardava. quasi riusciva ad ipnotizzarmi. tanto da convincermi a sciogliere la presa salda attorno ai suoi polsi minuti. errore. errore fatale. mi afferrò per il bavero della giacca, azzerando le distanze tra i nostri corpi, stanchi per la lotta, tanto che quasi ebbi voglia di poggiare la guancia tra i suoi piccoli seni ed appisolarmi così, in quella strana posizione, le mie cosce ancora strette attorno ai suoi fianchi. non lo feci. lei, senza emettere alcun suono, mi chiese di baciarla, potei leggerle le parole sulle labbra…spalancai gli occhi esterrefatta. come le saltava in mente una cosa simile? ci eravamo offese e picchiate fino ad una manciata di minuti prima e improvvisamente mi chiedeva di baciarla?!? mi strappai alle sue dita artigliate al collo della mia giacca, scavalcandola e rimettendomi in piedi. “addio”. mi voltai e raggiunsi l’intersezione, maggiormente illuminata, con un altro vicolo perpendicolare. mi seguì. “perché scappi? hai paura di potere desiderare anche tu di baciarmi?”

“ma farmi il favore! tu credi che io non abbia capito che questa è solamente l’ennesima strategia per dimostrare chi è la vincente tra noi due? Non pensare che ci caschi, sai…non riuscirai a fregarmi!”

“perché ti agiti così tanto Jennifer Hearts?”

“Io agitarmi? tu sei completamente folle Cecilia Damasco!” Piano mi aveva sospinta contro la parete in rovina di una vecchia casa. mi ritrovai con le spalle al muro, con la brutta sensazione che non si sarebbe conclusa a mio favore, la faccenda.

“no”, rispose semplicemente lei.

“no?” le chiesi con la voce stridula di chi è preda al panico, il cuore che martellava in moda preoccupante nel mio petto…

“no”, si ripeté lei, “perché hai paura Jennifer Hearts?” mi chiese, a bruciapelo.

“di cosa dovrei avere paura? di te, ragazzina?”

“non di me, di te, di ciò che potresti fare da un momento all’altro, senza pensare, ascoltando solamente il tuo istinto”.

“io ascolto sempre il mio istinto”.

“non in questo momento”.

“con che arroganza…” ma non mi lasciò finire. aveva infilato le sue dita sottili, le sue mani piccole e delicate, così poco adatte a fare del male, tra i miei capelli cespugliosi, da sempre indomabili, per fermarli sulla mia nuca, avvicinando pericolosamente le sue labbra alle mie, tanto che pochi centimetri ora ci separavano. sentivo aderire la sua figura sottile e sinuosa alla mia più robusta, il suo petto acerbo contro i miei seni floridi. insinuò facilmente una gamba tra le mie, che tremavano visibilmente, facendomi quasi perdere l’equilibrio…mi ritrovai così incastrata tra lei e il muro, con il suo corpo di cui riuscivo a sentire ogni curva contro di me. non si mosse. mi guardava. ancora…

“cosa aspetti Jennifer Hearts, un permesso scritto?”

“cosa?”

“cosa aspetti a baciarmi?”

“io non voglio baciarti”, risposi. ma il mio corpo mandava segnali diametralmente opposti…

“non vuoi baciarmi?” è per questo che stai tremando? è perché non vuoi baciarmi che non mi hai ancora spinta via?”

“io…” farfugliai. scossi la testa. artigliando maggiormente le dita sulla mia nuca mi costrinse nuovamente al contatto visivo. così strinsi le palpebre. non volevo guardare quegli occhi e deglutire a vuoto, tremare nel sentire la sua pelle così vicina alla mia. non volevo. non volevo…

“apri gli occhi Jenny”.

“no…no, no, no…” mi sentivo in trappola, senza possibili d’uscita. strinsi ancora di più le palpebre.

“da cosa stai scappando Jenny?”

“io non sto scappando!” Urlai quasi.

“certo che si…e la cosa incredibile è che stai scappando non da me ma da te stessa”.

“ma chi sei tu? come fai a dirlo?” spalancai gli occhi improvvisamente. doveva essere un incubo. non c’erano altre spiegazioni. quella ragazzina arrogante si rivolgeva a me come se fosse la mia coscienza.

“te lo leggo negli occhi Jenny”.

“cosa?” chiesi, nonostante già la risposta.

“devo ripetertelo ancora una volta?”

annuii.

“hai paura di uscire allo scoperto, di permettere alla vera te stessa di mostrarsi alla luce del sole…hai paura di non essere abbastanza forte quando tutti ti considereranno una reietta”.

“perché dovrebbero?” ed ora più che mai temevo la sua risposta.

“perché anche solo con un bacio…” i suoi occhi brillarono nell’oscurità. le rivolsi uno sguardo interrogativo.

“voglio che tu sia felice”. non potevo credere alle mie orecchie. non poteva essere seria. era semplicemente assurdo. “e vorrei che tu lo fossi con me”, aggiunse. due lacrime scivolarono sulle sue guance leggermente rosate. le mie braccia, fino ad allora abbandonate lungo i fianchi si mossero, come dotate di proprie capacità decisionali. le mie mani, le mie dita sfiorarono sfiorarono piano la sua vita e impacciate risalirono lungo la sua spina dorsale. lei rabbrividì. la abbracciai piano. mi guardava, aspettando che io facessi il primo passo. ma ne avevo il coraggio? no, mi risposi. la felicità non è per le sventurate come me. la verità è che da sempre sono una reietta, un’emarginata. nulla mi era mai stato offerto su un piatto d’argento come lei in quel momento. lei voleva rendermi felice. me.

improvvisamente mi tornò alla mente un sogno fatto circa una settimana prima. le mie labbra. la sua intimità. la mia lingua. i suoi gemiti. scossi forte la testa nonostante lei facesse ancora pressione con le dita sulla mia nuca. ripensai al desiderio provato pochi minuti prima di dormirle addosso, con la guancia appoggiata tra i suoi seni. mi sentivo così strana. come lacerata. non volevo, coscientemente che tra me e lei ci fosse alcun contatto ambiguo eppure il mio istinto affermava il contrario. desideravo quel contatto e le sensazioni che ne sarebbero scaturite.

“no cosa?” mi chiese mentre continuavo a scuotere la testa. artigliò maggiormente le dita sulla mia nuca costringendomi a fermarmi. attendeva una risposta. i suoi occhi erano lucidi di pianto, brillanti come gemme.

“non voglio”. avrei voluto potesse vedere la guerra che stavo combattendo dentro di me.

“non vuoi essere felice?”

“no, non voglio, e non posso”.

“non puoi?” la sua voce toccò una nota stridula.

“no”.

“cosa te lo impedisce?”

“io…me”

“te?”

“tutto questo è sbagliato”.

“non c’è nulla, di sbagliato…cosa ci vedi di sbagliato nel volerti rendere felice?” stava sfiorando l’isterismo mentre io stranamente mi sentivo distaccata, rispetto a poco prima.

“tutto Cecilia: siamo due ragazze…”

“di questo hai paura?”

“non ho paura”.

“si invece…tu hai paura della gente…tu ti impedisci di essere felice perché hai paura della gente!” si scostò da me puntandomi contro l’indice, accusatoria. era trionfante. mi aveva smascherata. o almeno era ciò che pensava lei.

“cosa vuoi che importi ad una reietta come me della gente? mi hanno sempre scansata, considerandomi inferiore a loro…eppure ho sempre tirato avanti per la mia strada!” sbottai.

“appunto, che problema hai allora?” si avvicinò di nuovo prendendomi il viso tra le mani.

“siamo due ragazze, è sbagliato…” ripetei meccanicamente, ma le parole mi morirono in gola. annegavo nel mare dei suoi occhi. sembrava sincera. possibile che mi avesse dato il tormento per giorni…perché voleva rendermi felice? deglutii a vuoto.

“tu credi nell’amore, Jenny?” mi chiese a bruciapelo.

“non ne ho mai avuto l’occasione”. abbassai lo sguardo, distogliendolo dai suoi occhi azzurrissimi.

“non ti ho chiesto se hai mai amato ma se credi nell’amore, è diverso”.

“come posso darti una risposta se non ho mai avuto esperienze?”

“mai?”

“mai”.

“ma sogni di incontrare chi sappi apprezzarti, che ti ami per quello che sei, che ti accetti nella tua imperfezione, che riempia il tuo cuore di bellezza…?”

“ho sognato di fermarmi, di trovare un porto sicuro, di essere protetta dopo anni trascorsi a proteggere me stessa…” dissi, in un soffio di voce, quasi senza rendermene conto. Mi sfiorò piano le guance ed io la guardai di nuovo, con un qualcosa che pian piano si faceva spazio dentro di m, rischiarando il mio cuore. mi stavo aprendo con lei. era ciò che chiamavano fiducia?

“potrei essere io il tuo porto sicuro?” mi chiese in un soffio, una luce di speranza che che brillava nel cielo dei suoi occhi.

“non credo che potrebbe funzionare”. mi liberai dalle sue mani artigliate sul mio viso, scuotendo nuovamente la testa e afferrandola per le spalle per spingerla lontano da me. mi allontanai, probabilmente lasciandola spiazzata, se fino a pochi attimi prima aveva potuto nutrire delle speranze nei miei confronti.

“Jenny…” mi seguì. mi girai di scatto. “cosa vuoi ancora?” le chiesi freddamente.

“come…”

non la lasciai finire: “e poi cos’è tutta questa confidenza? chi te l’ha data?” mi parve confusa. sperai che maltrattandola sarei finalmente riuscita a scrollarmela di dosso. volevo correre via, il più lontano possibile da lei che rappresentava l’oggetto dei miei inconfessabili desideri. o forse chissà, lei aveva ragione, volevo sfuggire alla mia vera essenza…

“mi hai detto che hai sempre desiderato un porto sicuro…” mormorò lei, appena udibile, fissando lo sguardo a terra mortificata.

“non è detto che debba essere per forza tu!” esclamai di rimando.

“perché no?” urlò, e due lacrime scivolarono sulle sue guance rosse. perché no? quali reali ragioni avevo per rifiutare la sua offerta? avevo di fronte una ragazza disposta a fare qualsiasi cos , persino lasciarsi mortificare, pur di raggiungere il suo scopo. scopo nobilissimo, in fin dei conti.

“chi ti dice che io voglia stare con una ragazza?”

“è così essenziale per te che la persona che ti ama sia un uomo o una donna?” ammutolii e mi fermai a pensare. era così essenziale per me? la mia unica preoccupazione, in fondo era sempre stata sopravvivere. mai, negli ultimi diciotto anni mi ero fermata a pensare all’amore. mai nella mia pur breve vita mi ero posta delle domande su cosa potesse piacermi. dopotutto ero sempre stata considerata una reietta senza futuro. e invece sono ancora qui, viva e vegeta e ci ho fatto così tanto il callo alle critiche della gente che ora neanche più le sento. allora cosa mi importava dannazione?

“non per me”. risposi. no, non era affatto essenziale. perché ora che c’era finalmente qualcuno che voleva me, che voleva rendermi felice, perché farmi tutti questi scrupoli?

“cosa?” batté le palpebre due o tre volte, cacciando via le lacrime, forse chiedendosi se avesse immaginato le mie parole.

“non mi importa”. mi avvicinai piano a lei, asciugandole le lacrime con le dita. con le labbra ne raccolsi altre piccole e salate sulle sue guance di pesca che accarezzai con una dolcezza  fino ad allora sconosciuta. La baciai. fu adrenalina allo stato puro. lentamente approfondii il bacio, le mordicchiai le labbra, assaggiando la sua lingua con la lingua. la baciai e tutto intorno fu sfocato, una moltitudine di luci colorate che danzavano dietro le mie palpebre chiuse. la baciai esprimendo un desiderio: mai l’avrei lasciata andar via da me. mai.

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