Vivi e lascia vivere – Hermione’s back

“Unicamente quanto è nobile e nobilmente concepito può nutrire l’Amore. Ma qualsiasi cosa può alimentare l’Odio” 
(Oscar Wilde, “De Profundis”)

Vivi e lascia vivere, le aveva ripetuto più di una volta una delle sue amiche più care. Vivi. Quale vita? Una vita fatta di bugie, sotterfugi, deboli scuse, in cui la prima a cui mentiva era se stessa? Una vita in cui non riusciva a trovare il coraggio di fare nulla e semplicemente lasciava scorrere un giorno dietro l’altro come paralizzata? Le pareva che a nulla era servito tornare alla vita di tutti i giorni, in città, ai suoi studi. Le pareva di essere ancora imprigionata nella gabbia dorata di quell’ultima estate in cui si era abbandonata ad un sogno d’amore impossibile, rimanendone profondamente ferita, tanto da tornare immediatamente con la coda tra le gambe nel suo abituale rifugio. Era ancora più confusa rispetto all’inizio di quell’estate in cui si era cullata in un sogno romantico e nella certezza di aver finalmente raggiunto la consapevolezza di essere gay: una certezza che si era ben presto sgretolata di fronte all’ennesimo fallimento. Fallimento che, inutile dirlo, pareva non farla desistere dal continuare a pensare alla sua Esmeralda. Seppur fosse lontana centinaia di chilometri, Esmeralda le mancava come non mai, o forse piuttosto le mancava la tenerezza che le aveva scaldato il cuore negli ultimi mesi, una tenerezza alimentata dalla vana speranza di poter un giorno coronare il suo sogno d’amore. Da aggiungere a tutto ciò, poi, la consapevolezza sempre più forte di trovarsi in un vicolo cieco, di non avere futuro in quel paese che molti amavano ma che tanti altri avevano cominciato ad odiare: di ragazze e di ragazzi come lei ce ne erano tanti, che sognavano un amore non convenzionale e di poter vivere quest’amore liberamente e senza costrizioni: tuttavia, per quanto ci si battesse sembrava che non servisse a nulla, che la marea fosse sempre più forte delle loro braccia, rendendo impossibile il remarle contro. Voleva andar via, lavorare e guadagnare tanto quanto bastasse per vivere dignitosamente ed indipendentemente, senza dovere pesare economicamente su altri. Ed allo stesso tempo voleva poter fare qualcosa per cambiare le cose e non dover restare lì inerme a vedere se stessa e i suoi coetanei affondare in una melma viscida e scura, senza scampo. La sua amica le consigliava di andar via, ma ancora mancavano molti mesi prima di ottenere quell’agognato pezzo di carta per cui sudavano da ben due anni. A volte le sembrava di star perdendo tempo, rendendosi conto che il mondo esterno è ben diverso dall’ambiente universitario dove tutti, o quasi, amano ciò che fanno e si battono per dare sempre il meglio di sé stessi, pretendendo, giustamente, che anche gli altri facciano lo stesso. Probabilmente si trattava di una visione un po’ romantica di quell’ambiente che però lei adorava, ed in cui si sentiva circondata da persone che si impegnavano tanto quanto e forse anche più di lei.

Era in quello stesso ambiente che aveva incontrato, al suo arrivo in città, una ragazza che aveva riempito il suo cuore e offuscato i suoi pensieri fino a non molto tempo prima: lei la chiamava Hermione, a causa della sua ossessione per lo studio che pareva non lasciar spazio ad altro che non fossero i libri. Non c’erano stati diverbi tra loro ma dopo appena due mesi di conoscenza ed assidua frequentazione Hermione aveva innalzato un muro di freddezza divenuto sempre più impenetrabile, fino a tagliarla completamente fuori dalla sua vita. Il tutto risultava doloroso non solo per l’occasione perduta di costruire un amicizia con una persona interessante ma anche per il fatto di doversela trovare dinanzi agli occhi per i successivi due anni, senza poter fare nulla per rimediare ad un possibile errore commesso nel relazionarsi con la sua Hermione. Per mesi si era arrovellata ed aveva sviscerato i propri comportamenti e quelli dell’altra ragazza alla ricerca di qualsiasi particolare che potesse spiegare la motivazione di quell’improvviso distacco, che le aveva fatto più male di un pugno in pieno viso. Ora, a distanza di due anni, si ritrovavano a vivere nello stesso stabile senza riuscire a relazionarsi civilmente, o almeno non ne avevano ancora avuto l’occasione.

*

A ben pensarci un’occasione c’era stata, mancata però. Una sera l’ente che si occupava in città di far conoscere e ricreare gli studenti, aveva organizzato un piccolo aperitivo invitando a parteciparvi chiunque fosse interessato. Sebbene lo stabile in cui vivevano fosse strettamente legato, nella sua gestione, all’ente, la ragazza aveva invano aspettato di veder entrare, nella sala allestita per il party, la sua adorata Hermione.
Seppur fosse più di un anno che non si rivolgevano la parola, ognuna chiusa nella propria silenziosa testardaggine, la ragazza ricordava ancora ogni singola parola, o quasi, pronunciata dall’altra. Ricordava frasi e particolari in un modo stupefacente tanto che, nonostante spesso si ripetesse di non provare più nulla per lei, si vedeva costretta ad ammettere che ancora a distanza di due anni Hermione le causava un brivido ogni volta che se la trovava davanti. Per mesi aveva rimpianto quell’occasione mancata, per mesi aveva tentato goffamente di riavvicinarsi a lei, per mesi aveva fallito. Aveva infine gettato la spugna. O quasi. Quella nuova speranza nata dal viverle vicina alimentava a sua volta il desiderio già provato in passato di avere una storia con lei, un desiderio che non si era palesato se non quando avevano eretto quel maledetto muro di freddezza che le divideva, tanto che le sorgeva spontaneo il sospetto che esso fosse la conseguenza diretta del timore di perderla definitivamente.

Perderla. Perdere un’amicizia mai sbocciata, una ragazza che non conosceva perché nonostante parlasse molto di sé non voleva farsi conoscere. Non voleva farsi amare. Se solo pensava al groviglio di sentimenti provati negli ultimi due anni usciva di testa, se solo pensava al cocktail indigesto di amore e odio che si era tenuta dentro per tanto tempo…
Oscar Wilde scrisse, nella sua lunga lettera all’amato Bosie, che l’odio è alimentato da qualsiasi cosa, mentre solo ciò che è nobile e nobilmente concepito nutre l’amore. Se avesse avuto la possibilità di mettere sulla bilancia tutto l’amore e l’odio provato per Hermione era quasi certa che i sentimenti negativi avrebbero avuto la meglio. Perché in fondo sapeva di non amarla e che la sua era solo ostinazione, solo un capriccio, che ne usciva nobilitato se mascherato sotto il nome di sentimenti positivi e sotto la finta intenzione pseudo-umanitaria di tirare fuori il topo dalla biblioteca. Un’immagine poco edificante, a dire il vero. Se davvero la vedeva in questo modo aveva davvero bisogno di aiuto perché, se ne rendeva conto solo ora, la sua attenzione nei confronti dei problemi di Hermione era legata soprattutto al fatto di non voler neanche prendere in considerazione di averne di propri.

*

Una sera aveva infine deciso di smuovere un po’ la situazione e con le intenzioni migliori aveva preso con sé la sua copia del “De Profundis” di Wilde ed era andata a suonare alla porta della sua Hermione. Ma vane erano state le scuse, elargite troppo tardi e per nulla desiderate dall’altra, vana era stata l’offerta rinnovata di amicizia, perché Hermione aveva ribadito, a scanso di qualsiasi dubbio che NON SAREBBERO MAI STATE AMICHE. Così la ragazza era tornata al suo appartamento stringendo il libro tra le mani, libro che nelle migliori intenzioni avrebbe dovuto fornire una scusa per riaprire un dialogo.

*

Speranze vane. Terminato l’anno accademico, il loro terzo, Hermione era volata via, in un’altra città. La ragazza era rimasta, ancora incastrata nel sistema. L’avrebbe mai rivista, la sua Hermione?

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