Esmeralda – Thoughts about a girl

“Bella” (Notre-Dame de Paris) 

Era indefinibile, quel languore che da qualche tempo sentiva, un che di insaziabile che non si limitava alla sfera fisica, bensì si traduceva sempre più spesso in una ricerca quasi spasmodica di un’immagine, una figura da ammirare e su cui costruire le sue fantasie senza tuttavia tentare il minimo approccio con il soggetto stesso. La sera prima pensava a lei, accarezzandosi fino all’orgasmo, alla sua pelle abbronzata che creava un dolce contrasto con gli occhi chiarissimi, ai suoi muscoli definiti sotto di essa. La faceva impazzire immaginare le sue mani addosso, che vagavano ovunque, per fermarsi in un punto ben preciso, dove le voleva. Era lei ad accarezzarla, a penetrarla prima lentamente e poi con più decisione, fino al culmine.
Ormai da anni le sue scelte ricadevano sempre sulla stessa tipologia di ragazza: irraggiungibile per età, posizione, idee, in modo da evitare inconsciamente il rischio che l’altra persona potesse anche solo immaginare ciò che provava o peggio, ricambiare. Ciò tuttavia si scontrava col fatto che negli ultimi tempi si sentisse attratta sempre più da ragazze che credeva avessero buona probabilità di essere gay, come a volersi garantire un certo margine di successo. Si trovava in una situazione tale per cui non capiva se si sentisse davvero attratta da queste persone o se si trattasse solamente di un modo per sfuggire alla noia ricercando un’esperienza fuori dalle righe. Voleva una storia con una donna o era solo per il gusto di sentirsi diversa dalla massa, che tanto disprezzava, che ostentava in ogni modo il suo essere presumibilmente gay, sebbene per buona parte temesse la reazione altrui tanto da correre a nascondersi con la coda tra le gambe? Sapeva che esternare il fatto di essere gay la facesse sentire bene, in pace con se stessa, ma questa cosa si scontrava con una sensazione di spaesamento, di disagio, nel non comprendere fino in fondo cosa le stesse accadendo. Era gay davvero o “voleva” esserlo? A favore della prima ipotesi c’era il fatto che, in più occasioni, anche piuttosto recentemente, solo con delle donne le era accaduto di spegnere completamente il cervello e muoversi unicamente seguendo il suo istinto. Anche solo sorridere ad una ragazza le procurava una sensazione bellissima, di serenità e di dolcezza, di inoffensività. Era questo, dunque, che ricercava in una donna? Il suo essere fisicamente inoffensiva? Perché moralmente non lo erano certamente. Da donna doveva ben saperlo. Per quanto riguardava invece la seconda ipotesi essere gay la faceva sentire “speciale”, quasi una prescelta ed avere qualcosa per cui battersi, o meglio, battersi per qualcosa, era un bisogno che sentiva da sempre, per quanto potesse ricordare. Era questo, nuovamente, che ricercava nell’amare una donna? L’inoffensività unita ad una battaglia da combattere, che la facesse sentire viva?
La sera prima pensava a lei, e così avrebbe fatto ancora, notte dopo notte, per rivederla il giorno dopo alla luce del sole e cancellare come con un colpo di spugna ogni fantasia, che non trovava riscontro alcuno nella persona che aveva di fronte. Ogni ragazza le appariva misteriosa e inattaccabile, non sapeva come poter attirare la sua attenzione e molto spesso si comportava in modo talmente goffo da farla vergognare di qualunque ulteriore tentativo di conquista. Al momento si limitava ad osservare l’oggetto dei suoi pensieri, incontrando di quanto in quanto il suo sguardo per fissarvi il proprio intensamente. Ma anche in questo caso aveva compiuto un passo falso. La ragazza appariva leggermente a disagio nei suoi confronti ed evitava i suoi occhi per quanto possibile. Ancora una volta aveva fatto in modo di evitare qualsiasi rischio giocando intenzionalmente male le sue carte? O si trattava piuttosto di un’incosciente voler andare subito al sodo senza rendersi conto che per costruire una relazione sono necessari tempo, pazienza, e soprattutto il coinvolgimento di entrambe le parti? Le tornava in mente ciò che aveva detto una volta una sua insegnante: la persona meno innamorata è quella che detiene il potere. Si rendeva conto che per costruire una relazione non era ancora pronta: molto spesso si dimostrava un tale concentrato di infantile egoismo da disgustare anche se stessa. Eppure non per questo avrebbe smesso di pensarla, accarezzandosi notte dopo notte, utilizzando la sua immagine per comporre seducenti fantasie che l’avrebbero lasciata ogni volta più sola, sola con se stessa.

*

Qualche giorno più tardi la rivide. Erano sedute una di fronte all’altra, l’una concentrata su un cruciverba, l’altra su un libro di quiz per il conseguimento della patente di guida. All’improvviso la ragazza, di cui aveva osservato ancora e ancora la pelle abbronzatissima, i muscoli delineati sotto di essa, gli occhi chiarissimi fissi sulla griglia del cruciverba, aveva ricevuto una telefonata. Le sembrava sempre più sconvolta man mano che la conversazione andava avanti e dopo aver riagganciato le riferì l’orribile notizia che aveva appreso. Cercò di mostrarsi più seria possibile e in quel momento, si ritrovò a pensare più tardi, avrebbe potuto stringerle la mano e farlo passare come un normalissimo gesto di conforto. Non l’aveva fatto. Ma aveva capito di essere già passata alla seconda fase. La ragazza non era più solo un’immagine su cui fantasticare, poiché cominciava a provare un qualcosa di indefinito nei sui confronti, tenerezza molto probabilmente, e sapeva che ciò rappresentava solo l’inizio della fine. Sognava di baciarla ed abbracciarla, non immaginandola più come un viso, o meglio un corpo, prestato al soddisfacimento dei suoi bisogni: era anche un dare, invece che un solo ricevere, anche se ciò a nulla serviva se poi non aveva neanche il coraggio di chiedere alla ragazza che le piaceva di prendere un caffè insieme. Era questo e soltanto questo il suo problema: una vigliaccheria ed un opportunismo che la disgustavano ancor più del suo stesso egocentrismo, assieme ad una scarsa fiducia nelle proprie capacità e nel libero arbitrio altrui. Noi non lo sappiamo, ma spesso c’è più di una persona innamorata di noi e noi ne rimaniamo all’oscuro, le aveva detto una volta la sua migliore amica. Il suo problema stava proprio in questo: nell’incapacità di credere di poter piacere a qualcuno con i suoi mille difetti e le sue altrettante mancanze. Ma in fondo nessuno è perfetto, banale ma vero. Ancora due pensieri contrapposti sulla sua strada. Ciò non la aiutava affatto.

*

Esmeralda. Così l’aveva soprannominata quando un giorno che l’aveva trovata al solito posto non più con i capelli stretti nella solita coda alta ma sciolti in mille, morbidi, boccoli scuri. Esmeralda, appunto, come la gitana protagonista del “Notre-Dame de Paris” di Hugo, con la sua pelle resa scura dal sole, le gonne ampie e lunghe ed i grandi anelli alle orecchie a completare il tutto. Quant’era bella quella mattina? le si era seduta accanto, accavallando le gambe, mentre discutevano di banali faccende burocratiche legate al conseguimento della sua patente di guida. Aveva sentito di nuovo quel languore al solo averla accanto, assieme alla voglia di accarezzare il suo viso dai lineamenti marcati, le spalle forti, stringere le sue mani sotto la cui superficie le vene disegnavano intricati ghirigori, lasciare una scia di baci su quel collo esile e slanciato come una colonna e stringere, leccare quei suoi sodi seni che sbucavano orgogliosi dalla scollatura della canotta. Di notte continuava a sognarla, sognava di spingerla contro una parete e baciarla con foga, di far l’amore insieme con lei in una stanza illuminata dai primi raggi del mattino. Sì, continuava a sognare, e tuttavia a non fare nulla, si struggeva e non muoveva un solo passo per far sì che il suo cocente desiderio divenisse realtà.

Esmeralda

Più passavano i giorni e più si stupiva dell’insieme di emozioni che la sua Esmeralda sapeva inconsapevolmente suscitarle. Da tempo non le accadeva di avere le farfalle nello stomaco, come quella mattina, al solo sapere che a momenti l’avrebbe rivista. Era già a questo punto? Sì, al punto che non trovarla lì, al solito posto, l’avrebbe lasciata non ferita, ma delusa sì. Incontrare il suo sguardo e sorriderle calorosamente era tra le cose che più anelava. Vederla giorno dopo giorno, nella sua bellezza da gitana, rinfrescava l’immagine di lei che gelosamente conservava nella sua memoria, aggiungendo preziose tessere ad un puzzle ancora lontano dall’essere completato. Ed avere la sua Esmeralda così vicina eppure così lontana, allo stesso tempo, la spingeva da un lato a tentare qualsiasi cosa pur di attirare la sua attenzione e dall’altro ad autoconvincersi di non avere alcuna speranza di conquistarla e che le conveniva lasciar perdere prima di restarne scottata. Ogni giorno, ogni minuto che passava lontani da lei le apparivano sempre più insostenibili. Se sapeva che l’avrebbe rivista il giorno dopo, aveva le farfalle nello stomaco fin dalla sera prima; se usciva per un giro in centro, o semplicemente andava in spiaggia, sperava di incontrarla, per un qualche caso fortuito. Nonostante la sua parte razionale ribadisse l’impossibilità di una storia tra di loro, il suo lato romantico la portava a fantasticare sempre più frequentemente su un possibile futuro che le avrebbe viste unite, come coppia. Nonostante ciò anche nelle sue fantasie doveva fare i conti con una questione poco trascurabile: la differenza d’età che, qualcosa le suggeriva, avrebbe gettato maggior scalpore del fatto che fossero entrambe due donne. Appariva paradossale, ma era quasi certa che, seguendo la stessa logica, nella sua comunità avrebbero accettato con maggiore elasticità la sua omosessualità che se fosse diventata, che so, vegana, o atea. Di che si stupiva poi? Fin da piccola era abituata a relazionarsi con persone che si comportavano senza la minima logica o coerenza, forse doveva semplicemente chiamarla ignoranza, del tipo che ti porta a credere a qualsiasi manipolazione delle notizie da parte dei media, a dar peso a voci infondate nei confronti di qualcuno e raramente ricredersi sul fatto che erano solamente cattiverie dettate dall’invidia, a preoccuparti di ciò che possono pensare presunti amici e parenti invece di pensare unicamente alla realizzazione della tua felicità. Voleva la sua Esmeralda. Ed allo stesso tempo allontanarsi il prima possibile da quel posto. Peccato che le due cose, al di là dell’impossibilità della storia in sé, non andassero perfettamente d’accordo.

*

La aspettava una settimana di dolorosa astinenza, dalla sua immagine, dalla sua sola presenza. Doveva, tuttavia, tenere a bada il senso di possesso che già inspiegabilmente la pervadeva: Esmeralda era per definizione una creatura libera da qualsiasi definizione e costrizione, nulla poteva imbrigliarla. Una creatura celeste e allo stesso tempo terrena, che suscitava in lei desideri inconfessabili che la tramortivano lasciandola priva di energie, come il Diacono Frollo vinto dalla sua passione per la bella gitana, che prevede la sua disfatta di fronte alla di lei inviolabile bellezza. Era il Diacono e allo stesso tempo Quasimodo, che ama la sua Esmeralda dolcemente, e ancora il soldato Febo che la vorrebbe anche solo per una notte, così accecato da mandare all’aria le promesse fatte all’innocente Fiordaliso. Amava Esmeralda follemente ed allo stesso tempo se ne sentiva svuotata, come se fantasticare la privasse della voglia e dell’iniziativa nel compiere qualsiasi azione che potesse apporre un cambiamento nella situazione attuale, sempre la solita, lei giovane, inesperta e un po’ fifona invaghita di una donna troppo grande ed irraggiungibile per idee e posizione.

*

Lo era davvero, irraggiungibile. E non per il suo solito blocco nell’agire per conquistare le attenzioni di qualcuna che le interessava, ma perché, ebbene sì, al di là della sua natura, Esmeralda apparteneva già ad un altro. Le erano passate per la mente immagini di possibili situazioni conseguenti ad un suo eventuale tentativo di conquista. C’era un ulteriore ostacolo ad una possibile storia tra loro, oltre all’età dell’altra, che differiva dalla propria di ben tredici anni: il solo fermarsi a considerare che mentre lei entrava in prima elementare la sua Esmeralda era alle prese con gli esami di maturità le metteva i brividi. Mentre lei guardava i cartoni animati in tv, la sua Esmeralda era china sui libri per poter superare un qualche esame all’università. Semplici constatazioni di come appartenessero a due generazioni oltre che a due mondi e concezioni del suddetto ben differenti.
Inoltre da quella storia aveva imparato una lezione importante: mai affidarsi ad uno stupido stereotipo, come aveva fatto con Esmeralda, considerando importante e significativo un particolare futile, casuale. Doveva tornare alla realtà, puntare più in basso, almeno per quanto riguardava l’età dell’altra, e prendere meglio la mira.

*

Più semplice a dirsi che a farsi. Avrebbe dovuto frequentarla ancora per parecchio tempo, ed ogni volta, trovandosela di fronte, non poteva che bearsi quando, in un giorno fra tanti, la rivedeva ancora con i suoi boccoli bruni sciolti ad incorniciarle il viso, come quando ne era rimasta folgorata, e sbarazzina scuoteva la testa gettando la maestosa chioma alle sue spalle, un gesto destinato a ripetersi perché ogni volta alcune ciocche le ricadevano in avanti, nel mentre di sporgersi verso i suoi interlocutori. Continuava a slanciare l’esile collo all’indietro, ancora e ancora, quasi con fare seducente, tanto da incantarla. Una visione, la sua visione, la fantasia che ancora non la lasciava in pace, che tornava a sedurla ogni notte, spingendola a cercare sollievo nelle proprie dita proprio come quando quella storia era iniziata, un’immagine che, per uno scherzo del destino, aveva pian piano preso corpo trasformandosi in un sogno romantico. Era così che accadeva ogni volta, e pur conoscendo il meccanismo perverso alla base di quel circolo vizioso non riusciva a non ricascarci ogni volta che una ragazza la folgorava anche solo per una particolare luce nello sguardo, per un sorriso, un gesto che le lasciasse a intendere di non essere del tutto invisibile ed insignificante.
Su speranze, gesti, sguardi e sorrisi costruiva le proprie storie immaginarie, crogiolandosi nel fantasticare su ragazze sempre troppo distanti, irraggiungibili, restando al riparo senza mai mettersi in gioco, rischiare. Senza mai fare un tentativo, il tentativo che può cambiare una vita.

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