Sirena

la sinuosa sirena alla sera si stende al mio fianco,
il suo viso illuminato da pallidi raggi di luna,
mi par quasi reale, ma se solo provassi a sfiorarla
mi accorgerei di quanto incorporea sia.

Frutto delle mie fantasie, la sirena è come se fosse da me
separata da un sottile cristallo,
che mi permette di annegare nei suoi occhi e nulla più.

Mi vedo sfiorare la parete alla mia destra,
sognando di stringere le sue dita tra le mie,
poggiarvi le labbra in cerca delle sue.

Così mi addormento ogni notte,
con nulla più che la sua immagine stampata nella memoria,
e la vana speranza di poterla un giorno
stringere tra le braccia per davvero.

Muoveva un passo dopo l’altro sull’asfalto, a piedi nudi. Tornava da una serata in un locale in cui non si era sentita particolarmente a proprio agio, in cui aveva ballato ad occhi chiusi immaginando una presenza al proprio fianco. Non una presenza qualsiasi. Un viso che conosceva. Un viso che adorava. Che sognava la notte. Aveva immaginato di stringere quella stessa presenza tra le braccia mentre la calca di gente nel locale la spingeva, urtandola a volte per lo scarso spazio libero. L’aveva immaginata bellissima, eterea, danzare in un abito di un bianco abbagliante, impalpabile come luce lunare. Una sposa, una fata dei boschi. Stringerla un po’ di più sarebbe stato come cercare di afferrare il vento. Adorava chiamarla “sirena”, tra sé e sé, per le movenze che assumeva quando seducente si stendeva al suo fianco, alla sera, pallido ed incorporeo riflesso di luce lunare, la cui presenza diveniva un desiderio struggente, un desiderio irrealizzabile, o quasi.

Quella sera la ragazza tornava a casa a piedi. tutt’attorno era il vuoto, il silenzio di quella cittadina addormentata. Muoveva un passo dopo l’altro fissando la pavimentazione, contandone ipnoticamente le mattonelle. Era una cosa che faceva fin da bambina. Più si avvicinava a destinazione e più desiderava l’indesiderabile: che quella sera, quella stessa sera, la sinuosa sirena si materializzasse al suo fianco percorrendo con lei la strada di casa. Poteva vederla, sorriderle con quel suo sorriso dolcissimo che le illuminava gli occhi, ma non poteva toccarla. La vedeva nella sua imperfezione, come in realtà era, come la vedeva ogni giorno alla luce del sole. Era lì, le teneva la mano, le parlava con quella sua cadenza particolare, rassicurandola, premurosa. Immaginava le sue parole. La seguiva come un’ombra, come l’ombra di Peter Pan, anche se lei non aveva alcuna intenzione di cacciarla via.

Poi, come per magia, una figura reale si materializzo all’orizzonte, venendole incontro. Al primo istante la ragazza ebbe paura, poiché era sola, una paura che via via andò scemando quando notò che sempre più particolari in quel viso misterioso le ricordavano i tratti della presenza lunare che l’accompagnava. Era lei. La musa, la sirena. Attraversava sola quella strada come lei, quella notte. Quando incrociò la sua musa le sorrise, e questa ricambiò. Rimasero a guardarsi per pochi attimi. Era strano per entrambe incontrarsi in quel modo in piena notte, anche se ognuna in fondo sapeva ben poco dell’altra. Dovevano prenderla come una pura e semplice casualità. E andare avanti. O fermarsi e chiedersi se non era scritto nel destino quel loro incontro apparentemente fortuito.
L’una di fronte all’altra, i loro sguardi giocavano a rincorrersi, afferrandosi e lasciandosi di nuovo andare. Condividevano un muto desiderio: dal solo sfiorarsi sarebbero scaturite mille scintille.
Lentamente la ragazza sollevò il braccio sinistro rivolgendo il palmo della mano alla musa. Questa a sua volta vi lasciò scivolare la sua mano destra. I loro palmi combaciavano. Le dita si intrecciarono. I piedi si mossero, svelti, quelli della ragazza completamente incuranti del loro essere nudi e indifesi. Non le importava di farsi male. La musa avrebbe lenito ogni sua ferita. Quasi come in un sogno, si ritrovarono in una stanza illuminata dolcemente dalla luce della luna. La stanza della ragazza quella notte sarebbe stata il loro rifugio, in cui avrebbero consumato lentamente, come una candela, la passione che le divorava. Ai baci, roventi, seguirono le carezze, lievi e poi sempre più decise, sempre più intime. La ragazza non poteva credere che la musa fosse davvero lì con lei, come l’aveva sognata ogni sera prima di addormentarsi. Come mai prima poteva stringerla tra le braccia, baciarla fino a quando non le fosse mancato il respiro. Come mai prima desiderava fare l’amore insieme con lei fino a sfinirsi. La musa si sarebbe addormentata con la testa tra i suoi seni, il suo peso rassicurante su di lei. Ma per tutta la notte voleva baciarla, imparare il suo profumo e il suono della sua voce a memoria. Li avrebbe rievocati nelle notti di solitudine che l’aspettavano. Per tutta la notte, la loro unica notte, voleva baciarla, ascoltare i suoi gemiti, sentirla palpitare sotto le sue dita, le sue labbra. Per tutta la notte, la loro unica notte, voleva farla sua, scavare nel profondo, entrarle dentro. Ritagliarsi un angolino nel suo cuore per poi però lasciarla andare. La luce del giorno le avrebbe viste vicine eppure lontane, fianco a fianco ma allo stesso tempo distanti per ruoli e responsabilità. La luce del giorno avrebbe cancellato ogni traccia visibile di quella notte passata a conoscersi e scoprirsi, per poi separarsi e dirsi addio, provocando ferite per ogni carezza negata, per ogni bacio desiderato e non dato, non ricevuto.

Il mattino arrivò, ricordando alla ragazza, con infidi raggi traditori, che il tempo concesso loro era ormai al termine. La musa, stretta a lei, era ancora profondamente addormentata. Sorrideva, serena, abbracciandola un po’ più stretta. Tuttavia, un orribile pensiero si fece spazio nell’animo della ragazza: avrebbero dovuto metter fine a quel sogno, prima o poi, per il bene di entrambe. Non avevano futuro, non finché continuavano a ricoprire ruoli così diversi per compiti e responsabilità. Avrebbero potuto anteporre la loro relazione a ciò che permetteva loro la sopravvivenza, in un mondo così pieno di incertezze? Preferire l’amore alla carriera? Eppure alla ragazza mancava un solo piccolo gradino per uscire finalmente dalla sua posizione subordinata e porsi istituzionalmente sullo stesso piano della musa. Dovevano solamente pazientare. Forse l’avevano, un futuro. Sorridendo a sua volta la baciò dolcemente, svegliandola. La musa aprì gli occhi, incontrando i suoi e rammentando cosa le aveva portate a dividere quel letto, la notte appena trascorsa. La sua espressione tradiva pensieri simili a quelli della ragazza. Ma poi le venne in mente che sì, tra poco tempo non ci sarebbero più state barriere burocratiche a dividerle. Sarebbero state libere di amarsi, presto.

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